Alle sorgenti. Note a margine dell’enciclica Haurietis aquas

ALLE SORGENTI

L’enciclica di Pio XII Haurietis aquas, del 15 maggio 1956, è il documento che presenta la vera e profonda anima della spiritualità della devozione al Cuore di Cristo per chi desidera dare alla propria vita di fede forza, essenzialità, profondità e umanità.

La traduzione della citazione usata dal Pontefice per dare inizio e titolo allo scritto suona così: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

Il contesto di queste parole di Isaia è molto interessante; difatti si trovano all’interno del cosiddetto “Libro dell’Emmanuele”, che comprende i capitoli 6-12. La difficile situazione politica e militare in cui si trova il Regno di Giuda – siamo nel 700 a. C. -, è causa di angoscia e induce la tentazione di abbandonare la fede dei padri. A tale smarrimento Isaia contrappone parole di speranza, che si concretizzano nella profezia della nascita di un figlio, l’Emmanuele, il Dio con noi, il quale condurrà il suo popolo alla liberazione, alla prosperità e alla gioia.

Non sembra difficile trovare un nesso con la situazione del nostro oggi, smarrito nella ricerca di una felicità a tutti i costi, felicità che fa fatica a sostituire la forza della speranza che Isaia fondava su valori eterni.
L’interesse che possono avere le parole del profeta scritte in un tempo molto lontano nasce difatti dal significato di quel “segno” misterioso, la nascita dell’Emmanuele, di un messia che porterà la salvezza. Questo annuncio troverà la sua realizzazione nella nascita di Cristo, il Messia, Figlio di Dio, incarnato per vivere con noi, immerso nella nostra storia di amore e di dolore, e per accompagnarci nel cammino della vita verso il compimento dei nostri giorni, nella gioia senza fine.

Questa sottolineatura aiuta ad individuare il centro della devozione al Cuore di Cristo, e cioè il mistero dell’Incarnazione, senza il quale è impossibile non solo tale devozione ma tutto il cristianesimo. Possiamo difatti parlare del Cuore di Gesù, perché Gesù è stato uomo, e con un cuore di uomo ha conosciuto tutte le sfaccettature dell’amore: con la sua interiorità e sensibilità ha goduto e patito, ha provato slanci e delusioni, ha accompagnato i suoi sguardi con la misericordia ed il perdono, ha cercato la gioia dell’amicizia ed ha avuto pazienza con chi non lo capiva, ha accarezzato il pensiero di sua madre ed ha abbracciato con tenerezza i bambini. Di queste ed altre dimensioni dell’amore umano di Gesù troviamo la descrizione nell’ Haurietis aquas (nn. 23-27).

Concentrando l’attenzione pastorale su una spiritualità di incarnazione, che riprende tutto il discorso cristiano dalla sua sorgente, siamo invitati a immergerci in essa per cogliere l’abbondanza di grazia e di vita che ne scaturisce. I quadri di riferimento del pensiero e della teologia contemporanei si riportano lì, dove il Cristo cammina, soffre, prega, esulta, da compagno, maestro ed insieme divino Salvatore.
Cuore del mondo, Cuore del tempo, Cuore di ogni creatura. Presenza silenziosa, orante e amante nella storia che cammina verso il suo compimento.

Ma non è tutto qui. Cristo è il Verbo divino incarnato. Il suo cuore umano vive il mistero della realtà divina all’unisono con il Padre e lo Spirito Santo; in lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9); in lui “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza; in lui si ricapitolano “tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10).

Considerare la realtà di questo Cuore umano-divino dà le vertigini, bisogna riconoscerlo; per non rinunciare all’impresa, bisogna essere amanti del rischio, bisogna essere persone forti, coraggiose, tutt’altro che rassegnate ad un facile acquietamento sentimentale. Si tratta di giocare la propria libertà nel solcare sentieri che solo nella prospettiva della fede acquistano un senso esaltante e totalizzante.

UNA PAGINA FOLGORANTE

Con questo messaggio il cristianesimo è passato attraverso la storia di uomini, culture, mentalità, scoperte filosofiche e scientifiche, sbandamenti, ripensamenti; è stato variamente compreso, approfondito o sbiadito, attuato o disatteso. E’ giunto quindi fino a noi, oggi, a provocarci con la medesima proposta, mostrandoci un’icona: Gesù sulla croce trafitto dalla lancia, di cui è portavoce una pagina folgorante del vangelo di Giovanni (19, 34).
In questa icona si condensa tutto il senso dell’Incarnazione: lì contempliamo con gli occhi del cuore e della fede l’estremo limite di un amore senza limiti. Dice l’Haurietis aquas al punto 48:” La ferita del Cuore sacratissimo di Gesù, ormai spirato, doveva rimanere nei secoli la vivida immagine di quella spontanea carità che aveva indotto Dio stesso a dare il suo Unigenito per la redenzione degli uomini, e con la quale Cristo amò noi tutti con amore sì veemente, da offrirsi come vittima d’immolazione cruenta sul Calvario. «Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore»”, come scrive la lettera agli Efesini (5,2).

L’offerta di Cristo non fu un’offerta conclusasi nel tempo, in quel tempo, per cui si debba parlarne al passato: la ferita visibile, storica, grondante sangue ed acqua, è rimasta aperta per tutti i secoli, perché con gli occhi della fede e dell’amore si vedesse l’eterna ferita d’amore per noi, che il Signore ha portato con sé anche ascendendo al cielo. Dice S. Bonaventura: “Per questo è stato trafitto: affinché, attraverso la ferita visibile, vedessimo la ferita invisibile dell’amore”. (Vitis mystica, c. III, n. 5) La ferita è trafittura della lancia e quindi morte, ma anche trafittura dell’amore e quindi vita. Tutto ciò è detto anche per noi. L’amore è una provocazione sconvolgente al nostro istinto che chiede la difesa di sé, perché è uno slancio che ci conduce quasi fuori di noi stessi per rendere felice l’amato; quindi, provocazione e “ferita” al nostro io, ma una ferita che ci completa, ci esalta, ci trasfigura, ci fa assomigliare a Dio.
In quell’ icona non c’è solo la consumazione di un’esistenza, ma c’è la promessa di una gloria gioiosa, di un superamento della morte nella risurrezione: l’elevazione del Cristo sulla croce è già l’innalzamento del Risorto. L’esperienza dell’amore donato è “morte” a se stessi per lasciar esplodere tutta la propria verità di uomini, cioè di coloro che si esprimono appieno là dove liberamente cercano con amore l’Altro e gli altri.

Giovanna