1° Maggio – Lavoro è vita
Lavoro è una parola preziosa perché contiene la vita: è il dispiegarsi di un impegno rivolto a un compito specifico, è l’esercizio dei nostri talenti fisici e intellettuali per la produzione di un bene, è il frutto stesso dell’opera e il pegno per un ritorno, è l’ambiente in cui si opera.
E’ quindi un atto circoscritto, richiede una preparazione e una competenza, ha uno scopo che include sia chi lo produce, sia chi ne beneficia, un fine rivolto a un bene che si può estendere anche a chi non conosciamo, è risultato, è cessione reciproca e offerta di relazione.
Non stupisce allora che sia presente nei nostri voti.
Nella castità è il luogo in cui esercitare l’amore che ci spinge: “vigilare affinché […] nel lavoro professionale ed apostolico regni sempre la carità” (Cost. 8.5), dove si equipara il lavoro nella comune accezione al lavoro apostolico, così come Paolo rivendica il suo lavoro di fabbricante di tende (Atti 18,3) per non essere di peso ad alcuno (2Tess 3,6-12) e per sostenere i deboli (Atti 20,35) e la sua opera di evangelizzazione come lavoro, segnato dalla fatica (Rm 15,10) ma retribuito da Dio soltanto (1Cor 9,1-18). Confidiamo: “Dio infatti non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità” (Eb 6,10a).
Nell’obbedienza ognuna di noi “svolge la sua attività lavorativa come docile collaborazione all’opera del Creatore e come esercizio di perfezione” (Cost. 9.6). Completata la creazione il “Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.” (Gen 2,15): oggi siamo ancora più sensibili e consapevoli di questo compito che ci è stato affidato e ci impegna a operare responsabilmente nel mondo, per realizzare il progetto di Dio necessariamente anche negli ambiti civili, politici, sociali, economici, culturali, scientifici, tecnici (sì, proprio anche lì …)…., senza la pretesa di ottenere risultati esenti da difetti e non suscettibili di miglioramenti, ma nell’esercizio costante di portare a termine, di concludere e compiere (questo è il primo significato di “perfezione”) quanto alla nostra portata “per collaborare alla costruzione della civiltà dell’ amore” (Cost. 4.3), cui ci impegna la secolarità.
Nella povertà come “«stranieri e pellegrini» camminiamo […] abbracciando, al seguito di Cristo paziente, la povertà in tutti gli aspetti della nostra esistenza. Accogliamo perciò le fatiche del lavoro, […]” (Cost. 10.7). Riconosciamo questa dimensione intrinseca del lavoro, espressa nell’etimologia della parola: lavoro deriva dal latino labor che significava “pena” “sforzo” “fatica” “sofferenza” e ogni attività penosa, e corrispondeva esattamente al greco πόνος. La accogliamo e la offriamo con i limiti che sperimentiamo, ma con la speranza che non mancheremo del Suo soccorso per completare ciò che ci chiede.
A questo ci educa una formazione permanente nella nostra vocazione secolare, che “esige capacità di inserirsi con sicurezza ed autonomia negli ambienti in cui il Signore ci chiama, operando responsabilmente nelle scelte richieste dalla vita di ogni giorno: in famiglia, nel lavoro, nella società, nell’Istituto, nella Chiesa.” (Cost. 15.2)
29 aprile 2024
Laura


